Ho letto “Con la mia valigia gialla” come faccio con tutti i libri, da viaggiatore seduto nel treno che lo scrittore fa partire dalla propria stazione, situata normalmente tra il cuore e la mente e arrivare nell’anima del lettore, nel tentativo di trasmettere l’emozione con cui lui ha costruito il meraviglioso insieme di parole che forma un racconto. Si tende a raccontare la vita come un viaggio, perché la nostra esistenza è un percorso che ha un inizio e una fine; ma se la vita è una strada, su di essa, il nostro cammino lo facciamo assieme agli altri, a persone che incontriamo magari una volta sola, altre tutti i giorni. Spesso non ci facciamo caso. Accade che invece, a volte, certi incontri ci cambino la vita.
Ecco: in “Con la mia valigia gialla”, il racconto biografico di Stefania Bergo, l’autrice incontra un’altra protagonista, che l’attendeva e che le spalanca improvvisamente le porte della sua straordinaria casa e che le cambia la vita, per sempre: l’Africa. Un incontro improvviso ma quasi scontato, quasi normale, perché, come leggerete in questo dipinto che Stefania è riuscita a trasformare in parole, appena posati i piedi sulla terra rossa del Kenya, lei si sente subito a casa. Percepisce di non essere fuori posto, ma che quel luogo, i suoi colori, il suo cielo, la sua gente, è il suo posto. Lì si sente viva. Le accade una cosa che cercava da sempre e che cerco anch'io, che penso cerchiamo tutti: si sente bene.
E allora è naturale respirare l’aria che Stefania ha impresso in queste pagine, entrare nell'affresco di colori e musica che lei stende sulla carta,per descrivere i sentimenti, i rumori, le vibrazioni che non si possono vedere ma da cui bisogna farsi attraversare e impregnare come una spugna, per diventare qualcosa o qualcuno che non si è mai stati. Perché certe esperienze non ti possono lasciare indifferente.
L’Africa, la vallata nella regione del Tharaka, la gente che cammina, che si ammala; che, nell'ospedale dove Stefania lavora come volontaria, guarisce, muore, vive: tutto rappresenta un continuo punto di non ritorno, un quotidiano confronto con una realtà che non lascia tempi vuoti. “Qui la vita non conosce feste” dice Stefania in un passo della sua storia, e non significa che lì non si faccia festa, anzi, significa che non ci sono momenti di riposo stabiliti: si è disposizione sempre e sempre succede qualcosa. Ma, non è una fatica, non è uno sforzo. Non si impreca, ma si dona il proprio tempo agli altri per farli felici ed essere felici. Perché è così, la ricompensa non sono i soldi, ma è la felicità.
E allora è naturale respirare l’aria che Stefania ha impresso in queste pagine, entrare nell'affresco di colori e musica che lei stende sulla carta,per descrivere i sentimenti, i rumori, le vibrazioni che non si possono vedere ma da cui bisogna farsi attraversare e impregnare come una spugna, per diventare qualcosa o qualcuno che non si è mai stati. Perché certe esperienze non ti possono lasciare indifferente.
L’Africa, la vallata nella regione del Tharaka, la gente che cammina, che si ammala; che, nell'ospedale dove Stefania lavora come volontaria, guarisce, muore, vive: tutto rappresenta un continuo punto di non ritorno, un quotidiano confronto con una realtà che non lascia tempi vuoti. “Qui la vita non conosce feste” dice Stefania in un passo della sua storia, e non significa che lì non si faccia festa, anzi, significa che non ci sono momenti di riposo stabiliti: si è disposizione sempre e sempre succede qualcosa. Ma, non è una fatica, non è uno sforzo. Non si impreca, ma si dona il proprio tempo agli altri per farli felici ed essere felici. Perché è così, la ricompensa non sono i soldi, ma è la felicità.
[Maurizio Spano, autore di "Francesca" e "La signora dei colori" - presentazione]

