La scrittura di un diario di viaggio è, come la poesia, un’esperienza di cui quasi tutti abbiamo fatto esperienza diretta. Tutti, verrebbe da dire, sanno descrivere un viaggio.
Perché leggere allora “Con la mia valigia gialla”? Perché questo libro, scritto dall’esordiente Stefania Bergo, ben lungi dal voler ambire ad un posto nell’olimpo della letteratura di genere (che vanta nomi illustri come Chatwin o Goethe), è - prima di tutto - un racconto che gronda umanità.
È la storia di una giovane donna italiana, in Africa per qualche settimana. Una tra tante: poche prospettive, voglia di fare da vendere. Poi… l’incontro col dolore e con la straordinaria esistenza di chi vive, lavora, resiste nell’ospedale missionario di Matiri, in Kenya.
Alcune scene toccano dentro. E non sono paesaggi esotici, ma incubatrici da spegnere perché non c’è tensione elettrica sufficiente. E così scopri che“Con la mia valigia gialla” non è il racconto del viaggio di Stefania. È l’opportunità che ci viene data di ripensare il nostro mondo, le nostre vite, la nostra storia. E d’immaginare quanto straordinario possa apparire un tamarindo addobbato, in mancanza di un abete, a Natale.

